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lunedì 29 novembre 2010

L'universo non dorme mai

Torpore mattutino... non è nient'altro. Il calore tiepido del caffè appena fatto, i pensieri che si espandono nella mente raggrinzita dal sonno, che stenta ad abbandonarmi; le mani incerte che raccontano la percezione indefinita di una realtà che non ha dormito; il mondo non ha sonno, l'universo non dorme mai.
L'acqua che scorre lenta sulla pelle delle mie braccia, le gocce sul mio capo; l'aria fredda e il fumo che lento esplode dai miei polmoni si mescolano in un indefinito gioco d'abbracci, senza fondersi mai del tutto, senza diventare mai una cosa sola.
Io e il mio universo siamo così, fusi e distinti insieme, nel dormiveglia che mi accompagna ancora per qualche minuto, per qualche istante almeno.
E poi? E poi io mi sveglio completamente; ritorno io, solo io, diverso dal resto, differente in ogni mia parte dalla realtà che mi circonda, altro da ciò che ero solo un momento fa.
Ero tutto e ora sono solo uno, troppo sveglio per il mio universo che fonde, nel calore del mio caffè. Troppo sveglio per il mio universo che non dorme mai.

domenica 28 novembre 2010

E' noioso.

A volte guardo la mia vita e non penso a nulla, nulla di veramente importante; guardo i momenti salienti del talk show della mia esistenza, osservo le baruffe, i litigi, i pianti: ed è tutto così noioso, monotono all'inverosimile.
Le vite d'altri sono così strane, così poco uguali alla mia, che sembrano tutte provenire da un universo diverso da quel buco freddo e privo d'aria in cui vivo io. Eppure sembrano qui, sembra che s'intersechino con la mia vita continuamente, senza però lasciare nulla di sostanziale alla fine di ogni mia giornata; quasi come non ci fossero state, o non ci fossi stato io.
In realtà, mi dicono, non c'è tutta la differenza che percepisco, siamo tutti imprigionati nelle stesse gabbie putride del tempo perso, senza possibilità d'uscita; ma a me da fuori, ad essere sincero, non sembra tutto così affine. A me non viene da ridere ora, mentre voi ridete per fatti vostri, a me non viene da piangere mentre voi soffrite; così come voi non ridete e non piangete, quando rido e piango io.
Dov'è allora la somiglianza che mi raccontate sicuri? Io non la vedo, non la vedo affatto; e quindi torno in me, dove tutto è così noioso.

venerdì 22 ottobre 2010

Pazzi.

Essere folli è come essere liberi, dicono. Essere pazzi vuol dire non avere limiti, non portare sulle spalle il fardello del tempo e dello spazio, della vecchiaia e della consapevolezza, dicono; e io sono d'accordo, oh si, sostanzialmente mi trovo d'accordo.
Ma perché nessuno vuole essere folle allora? Perché nessuno impazzisce volontariamente, così, da un momento all'altro? Io non me lo spiego, non riesco a trovare una valida scusa; eppure anch'io sono ancora in parte una persona normale, se questa è la definizione che vogliamo dare. Per quale motivo? E' evidente che questi limiti ci sono cari, che non vogliamo perderli, che tale fardello è un piacevole peso su delle spalle dolenti di cui è piacevole lamentarsi, specie quando non si ha nulla da raccontare; evidentemente non è poi così male essere "normali", sempre ammettendo la possibilità di un'esistenza normale.
E allora tutta questa invidia che senso ha, mi chiedo. Perché dire di volere qualcosa quando qualcosa non la si vuole, come fanno i bambini in preda a un capriccio? Noi non siamo bambini, lo sanno tutti che i bambini sono pazzi; o semplicemente liberi. No, noi non siamo così, siamo qualcos'altro, qualcosa di diverso dalla pazzia; forse è possibile che siamo diventati i limiti che tanto amiamo, pur odiandoli; forse siamo la stessa cosa che ci impedisce di essere pazzi, pur desiderando esserlo.
Oppure mi sbaglio e siamo tutti bambini; e non è un bene, fidatevi.
Perché se siamo tutti bambini, allora la libertà è solo un capriccio.

martedì 21 settembre 2010

Coscienza e conoscenza, è solo un'immagine.

La polvere appesantisce le palpebre, il sonno nelle mani impedisce di scavare più a fondo di un misero strato di vita.
Scivola lenta fra le dita l'acqua dei pensieri, nel torrente torbido degli attimi del tempo sepolto; ricordi fragili che s'infrangono contro il muro del silenzio di ghisa, senza valore, senza verità.
Il freddo giorno che corre lungo il raggio storto del mio sole si conclude nella noia della sua penombra, muore nella quotidianità della sua stessa essenza; eppure c'è qualcosa di nuovo ora, ora che si spegne, come sempre nel suo ciclo d'accecante tenebra.
La singolarità del momento mutato, la dolce melodia dei suoi vagiti, il cullare calmo di un oceano di note squarciano il velo della monotona pace della tranquillità, lanciano dal cielo getti di nubi dure come marmo.
La mia mente allora si apre, i cardini urlano il canto gutturale del loro dolore; è nuova luce, piena di calore, piena di vecchie e bellissime parole.
Sono coscienza e conoscenza che germinano nel grembo del mio cranio; è solo un'immagine.

mercoledì 15 settembre 2010

Nostalgia

Perché sono così e, in fondo, non potrebbero essere altrimenti: sono solo fitte fitte al basso ventre che scandiscono il ritmo del tempo che passo qui, nella mia Babele.
Intricate sensazioni, radici profonde che scavano nella terra umida dei miei pensieri, lampi di genio nell'idiozia quotidiana; sono luci e ombre di anime lontane, di chiacchiere morte, di respiri vuoti fluttuanti nel mare tenero della tenebra post caffè.
Non nascono dal nulla, non rigenerano spontanee come erbaccia da estirpare; me le suggerisce l'innocuo dormiveglia, la noia improvvisa, un soffio di vento leggero, il sole che brucia il capo: tutto ciò che, pur rimanendo speculare a prima nella forma, è mutato nella sua essenza, poiché l'apparenza sorda ha smesso d'ingannarmi, la sua voce sirena non mi convince più.
E io cado, cado dalla mia torre di Babele, precipito lento da lì dove parlo e nessuno capisce, da dove tutti raccontano storie che solo la brezza avrà modo d'udire e solo gli alberi modo di raccontare.

sabato 14 agosto 2010

Perché domani sarà meglio.

E' solo questione di ottica. L'ho sempre ritenuta il fulcro della realtà e, ora che veramente vedo il cambiamento, non faccio che convincermi sempre più di aver avuto ragione fin dall'inizio: una buona vista è tutto nella vita dell'uomo. Ma sì, un occhio ben allenato e in piena forma è meglio del guercio che non vede, meglio dello sfuocato che non distingue, meglio di chi vede solo da troppo vicino o solo da troppo lontano: è un po' come i punti di vista. Sono sempre troppi rispetto a un fatto univoco e spesso decontestualizzano o depauperano di significato l'evento in quanto tale; ma sono impossibili da eliminare perché, vuoi o non vuoi, se conosci qualcosa te ne fai un'opinione. E come per la vista, anche il punto di vista cambia in base all'allenamento, cambia in base alle convinzioni e alle informazioni, cambia in base alla persona: c'è chi guarda troppo da vicino un accadimento e ne vede solo il particolare, c'è chi lo ignora completamente, non vedendolo; c'è chi lo guarda a distanza e lo vede nel complesso, ma si priva del piacere di sfiorarlo. Infine c'è chi lo guarda bene, lo guarda al meglio, ne racconta ciò che impara ma non viene mai creduto: in un popolo di ciechi chi ha un occhio solo non è re, è pazzo, perché racconta ciò che gli altri non possono vedere. Ma non è necessario curarsi dell'essere considerati pazzi, la normalità è il freno tirato all'intelletto, lo sappiamo bene tutti noi: è solo un punto di vista, un'insignificante opinione, un macigno sulla nostra testa però. Domani potrebbe essere peggio, ma io lo vedo al meglio, splendente come non mai; l'ho detto e lo ripeto, è questione di ottica.

giovedì 22 luglio 2010

La mia memoria

La gente mi parla spesso e, a volte, mi capita anche di ascoltare.
Mi conducono nei loro ricordi, mi tendono la mano per poter camminare fra immagini di vite che mai mi apparterranno, che non mi sono mai appartenute. Navigo lento nel mare limpido della loro memoria, mi nutro affamato di nomi e di date che non conosco, che mi sfiorano soltanto.
Sento le voci polverose di antiche chiacchiere portate via dal vento, vedo il sudore su fronti che il mio stesso sole non ha mai baciato; io vivo le loro vite, ora, nel momento in cui qualcuno me le racconta.
E poi muoio, fra le pieghe delle labbra di un discorso muto che volge al termine.
Io? Io non racconto, non racconto mai.
Ho problemi di memoria a lungo termine; e me ne dispiaccio.

venerdì 16 luglio 2010

Caldo umido.

Un manto denso avvolge le mie mani mentre scrivo queste parole; perle di sudore sulla mia fronte, gli occhi si chiudono e il solco delle lacrime amare dei giorni andati si riempie di nuovo sale.
Un altro passo della mia vita, un altro momento dimenticato fra gli anni passati della giovinezza più pura e quelli ancora venuti della maturità più piena: e cammino, una corsa in folle dove solo la gravità conduce il mio moto lungo la discesa. Non uno schianto, non un momento di pausa; le gambe cedono, il respiro affannoso non restituisce ossigeno a queste membra lacerate dalla lama del vento e del tempo perso.
Non posso guardarmi indietro, ma non ho nemmeno possibilità di guardare innanzi; non sono che un attimo della mia vita, un momento dell'appiccicoso divenire dei processi vitali che con costanza nutrono il mio corpo.
Io sono l'aria che respiro in questo momento, sono la pelle delle mie mani.
Io sono il caldo umido che ora mi avvolge.